
Fonte: Claudias Bücherregal – ©Emily Kay
Data: 1 Dicembre 2011
Traduzione: ©Emily Kay Italia
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CAPITOLO 1
Correvo a perdifiato per la strada, con il cuore che mi batteva in gola. Si sarebbe potuto quasi pensare che stessi fuggendo. Ma forse stavo facendo anche questo. Fuggire.
Erano passati alcuni giorni e ancora mi rifiutavo di pensare a ciò che era successo l’ultimo fine settimana. Forse non volevo semplicemente ammetterlo e quindi ignoravo l’accaduto come meglio potevo, aggrappandomi all’irrealistica speranza che forse non era successo davvero. Eppure da allora era cambiato tutto. E quando dico cambiato, è esattamente quello che intendo. Non c’era alcuna possibilità di cancellare l’accaduto. Era definitivo. Irrevocabile. Per sempre.
Sull’asfalto si erano formate moltissime pozze d’acqua, troppe per poterle evitare. Ad ogni passo che facevo finivo in una delle pozzanghere e l’acqua sporca mi schizzava addosso macchiandomi i jeans. Che schifo di tempo! Diluviava da cinque giorni consecutivi, quasi senza interruzione. E questo nel bel mezzo del mese di luglio. Persino per Newcastle upon Tyne era piuttosto insolito, sebbene questa non fosse una zona particolarmente assolata. Saltai un rigagnolo ed atterrai con i miei stivali in un’altra pozzanghera, ma ormai non aveva più importanza. Un fumo caldo mi investì quando spalancai la porta del Caffè. Avevo i capelli fradici e grondanti di pioggia. Con un’occhiata di sbieco nello specchio d’ingresso mi accorsi di avere un aspetto paragonabile al puzzo del Caffè sovraffollato. Sembravo un cane bagnato. Scossi la testa. Le grandi finestre anteriori del Coffee & Cake erano appannate. Persino il colore della mia borsa, che doveva essere idrorepellente, era passato da un azzurro pastello ad un blu marino. Aprii la cerniera per controllare il contenuto: era tutto asciutto. Con sollievo estrassi l’ultima edizione dell’Evening Standard e mi guardai intorno con attenzione. Nel farlo notai un orologio da parete che segnava le 17:12. Ero in ritardo di dodici minuti, il che significava che Jarvis doveva essere lì già da molto. Di solito era sempre puntualissimo ed in linea di massima arrivava al luogo concordato un quarto d’ora prima del dovuto. Allora dove cavolo era? Scrutai di nuovo il locale. Gli altri avventori erano immersi in conversazioni animate che si confondevano in un ronzio indefinibile. Le macchine per il caffè fischiavano, mentre la corpulenta cameriera preparava curiose varianti della bevanda. Con la panna, con gocce di cioccolato, con aroma di vaniglia, senza zucchero, con zucchero e così via. Ma dov’era Jarnis? Frugai nella borsa a tracolla, estrassi il mio cellulare e scrissi un SMS. DOVE SEI? Dopo nemmeno cinque secondi il mio telefono squillò. SONO SEDUTO AL TAVOLO ACCANTO ALLA SCALA NELL’ANGOLO E TI OSSERVO SENZA FARMI NOTARE. Mi girai verso le scale e non potei trattenere un sorriso compiaciuto. Vicino alla scala c’era un’enorme palma messa lì come decorazione e Jarvis era seduto ad un piccolo tavolo dietro di essa, nell’angolo più remoto del Caffè. Fra i rami della palma luccicavano degli occhiali con una montatura nera di corno. Il resto di Jarvis scompariva dietro la pianta.
“Ti trovo bene”, disse con un sorrisetto quando mi sedetti sulla sedia di legno di fronte a lui lasciando cadere il giornale sul tavolo davanti a me. “Non sapevo che il look bagnato fosse tornato di moda.”
Gli feci una linguaccia.
“Anch’io sono felice di vederti, Jar. O forse farei meglio a chiamarti agente 00-Palma? È molto che aspetti?”
“No.” Guardò l’orologio. “Io ero in anticipo di un quarto d’ora e tu sei in ritardo di quasi quindici minuti. Le due cose si compensano, perciò si può dire che eravamo entrambi puntuali. Inoltre non mi sono annoiato nemmeno per un secondo, perchè quella cameriera con i lunghi capelli rossi, detto fra di noi, è piuttosto sexy”, sorridendo, sollevò un sopracciglio e mi passò il menù.
“E uno come te ha una borsa di studio in teologia, non posso crederci.”
“Ah, è solo una copertura”, rispose tirandosi di nuovo i rami di palma davanti al viso, in modo che solo i suoi occhiali fossero visibili. “Camuffarmi è il mio mestiere, baby”, ammiccò.
“Buffone”, esclamai, e scossi la testa.
Jarvis coprì ancora il viso con le foglie di palma e sbirciò dai suoi occhiali con fare volutamente idiota, come a voler confermare il mio commento. Non riuscii più a trattenermi e scoppiai a ridere. La sua presenza mi confortava come una tazza di latte caldo col miele, si posava come un cerotto protettivo sulle ferite della mia anima. Con lui, nonostante tutto quello che era accaduto, riuscivo ancora a ridere.
© Emily Kay
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